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Cari amici di Venti d’Autore, vi ricordiamo che la mostra di Pino Lavecchia è visitabile presso la “Casa dei Venti” tutti i giorni dalle 17.30 alle 21.00. Di seguito proponiamo un contributo del nostro socio Simone Lamanna (Antropologo)  sulla concettuale di Lavecchia: Anthropology.

Antropologia e arte sono due discipline che condividono alcune caratteristiche comuni, soprattutto nel processo riflessivo che costituisce la genesi del prodotto del proprio lavoro. Antonio Gramsci, dai Quaderni del carcere, scrisse:

«l’arte è sempre legata a una determinata cultura o civiltà, e lottando per riformare la cultura si giunge a modificare il «contenuto» dell’arte, si lavora a creare una nuova arte, non dall’ esterno, ma dall’ intimo, perché si modifica tutto l’uomo in quanto si modificano i suoi sentimenti, le sue concezioni e i rapporti di cui l’uomo è l’espressione necessaria.» (Q. 21)

Gramsci definì questi intellettuali di tipo «organico», per distinguerli dagli intellettuali tradizionali asserviti al potere. Artista e antropologo, in quanto «intellettuali organici», hanno il compito di rappresentare la realtà sociale in cui vivono avendo inoltre la possibilità di intervenire in essa. Due figure quindi che sono fattore di cambiamento perché plasmano la realtà che rappresentano.

Parlare d’arte, per un antropologo, è quindi prima di tutto riconoscere queste caratteristiche comuni che condivide con l’artista. Tanto in antropologia come nel campo artistico è sempre stata presente una tensione tra “particolare” e “universale”: antropologia e arte raccontano storie concrete, giocando con i “particolari”, ma i concetti con i quali lavorano tendono quanto più all’universale e al generalizzabile (i diritti sociali, la bellezza, il sogno, le migrazioni, ecc.). In particolar modo dopo il giro di 360°¨gradi subito dall’antropologia nel decennio del 1970, e la cosiddetta “crisi della rappresentazione”, si riconosce ai fenomeni sociali quel certo grado di indeterminatezza che prima gli era stato negato da una disciplina che si considerava quasi come “scienza pura”, e in quanto tale produttrice di risultati obiettivi. Da quel momento il confine tra antropologia e letteratura (che è una forma d’arte) si fa più labile e le etnografie riflettono sempre di più l’individualità e la riflessività del suo autore, nonché la sua creatività.

L’artista dal canto suo gioca con le distinte dimensioni della realtà: con il quotidiano, con l’effimero, con l’onirico o con l’eterno. Il suo sguardo antropologico é fortemente legato alla sua riflessivitá. L’antropologia di stampo marxista ci ha insegnato che gli intellettuali, e quindi anche gli artisti, non sono estranei al loro mondo, non vivono in una torre d’avorio, al contrario, l’opera artistica non può essere intesa fuori dal suo contesto di produzione o prescindendo dalle condizioni materiali che l’hanno resa possibile. In questo senso la serie di olii su tela di Pino Lavecchia, Anthropology, riflette la traiettoria artística dell’uomo formatosi nel canone classico, cosí come le riflessioni dell’intellettuale organico maturate in un luogo concreto del sud d’Italia. Metafisica e surrealismo lasciano tracce visibili. Continui richiami alla cultura classica rivelano l’intenzione di innovative riflessioni su tematiche socio/antropologiche.

É evidente che le riflessioni sulla bellezza sono presenti nel lavoro dell’artista, ma anche quelle riguardanti l’attività incessante dell’uomo, quella di produrre rifiuti, attività del tutto legata al capitalismo e alla globalizzazione. Tra l’estetica del mondo classico e la razionalità inquinante contemporanea si concretizzano le riflessioni dell’artista. Con la concettuale “Anthropology”, Pino Lavecchia sembra aprire il dibattito su una questione chiave: che succede se ci trovassimo di fronte a una scena del genere, quando oggetti prodotti dall’uomo e “rifiutati”, che apparentemente hanno terminato la loro vita, “interagiscono” tra loro creando un’armonia, una composizione che sfida i canoni classici nel raggiungimento dello status di “bello”?

L’artista e l’antropologo, in questo, sembrano più formulare domande che dare risposte.

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