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I tragici eventi accorsi in Ucraina negli ultimi mesi hanno trovato un loro primo significativo epilogo. Il parlamento ucraino ha votato all’unanimità la decadenza dell’ormai ex presidente Janukovich, già fuggito da Kiev in Russia, nonché la sua messa in stato d’accusa per aver causato gli scontri armati che hanno coinvolto manifestanti e forze dell’ordine.

di Andrea Borelli

La vittoria delle opposizioni, scese in piazza contro il governo, è stata totale e possibile non tanto per la difesa dell’accordo con l’Unione Europea, in contrasto con quello russo-ucraino firmato da Janukovich, ma quanto perché l’ormai ex presidente si è ritrovato sempre più isolato. Perfino il partito presidenzialista, il Partito delle Regioni, e il Presidente della Federazione russa Vladimir Putin non lo hanno sostenuto nella sua battaglia per il potere, dove a difenderlo erano rimaste solo le forze dell’ordine.
Tuttavia la vittoria delle opposizioni, guidate da forze ultra-nazionaliste quando non anche propriamente fasciste, implica una serie di problematiche per la coesione del paese. Tra i primi decreti che il parlamento ha adottato, nell’attesa di proclamare un nuovo governo e rimandando nuove elezioni a fine maggio, troviamo la decisione di abrogare la legge, emanata neanche due anni fa, che istituiva il russo come seconda lingua ufficiale del paese. I russi costituiscono quasi il 20% della popolazione ucraina e ancora più alta è la percentuale di quanti ne parlano la lingua. Mentre in pochi, nelle aree a maggioranza russa, avevano alzato gli scudi in difesa di Janukovich, ben diversa è la situazione ora che le regioni Sud-orientali devono difendere la loro specificità messa all’indice dai nazionalisti, che non fanno mistero di voler rifondare il paese su una sua presunta uniformità etnica. I governatori dei distretti orientali, che fino ad ora non avevano preso apertamente posizione, hanno infatti avanzato forti critiche verso il nuovo potere instauratosi a Kiev. Il governatore della Crimea, regione autonoma dell’Ucraina, dove si trova la flotta del Mar Nero della Federazione russa e in cui i russi costituiscono la maggioranza della popolazione, ha chiesto al Presidente russo Putin l’invio di truppe militari per difendersi dal nuovo governo nazionale ritenuto illegittimo. Nonostante nelle ultime ore il Presidente americano Obama e la Nato abbiano espresso il loro dissenso verso eventuali manovre militari di Mosca sul suolo ucraino, il senato russo ha acconsentito per l’invio di reparti corazzati e Putin sembra intenzionato a procedere. I funesti presagi che derivano da questi eventi sono evidentemente sfuggiti alla Comunità europea, ben impegnata ad accogliere positivamente l’avvento dei nuovi rappresentanti ucraini, non fosse altro per la loro disponibilità a sottoscrivere l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale. È questa nei fatti l’unica proposta avanzata dall’Unione Europea all’Ucraina, le cui finanze sono vicine al fallimento.
Le opposizioni nazionaliste in questi mesi hanno lottato non per integrarsi nella comunità politica europea, eventualità che implicherebbe tutta una serie di passi ben lontani dall’essere stati anche solo accennati, ma bensì per ricevere un cospicuo prestito e legarsi ai destini finanziari di una Unione Europea ben lontana dall’aver ritrovato già per sé la strada della crescita e che sembra non conoscere altri accordi oltre a quelli finanziari, da far sottoscrivere con il FMI subordinati al rigore di bilancio e alle liberalizzazioni selvagge. Sottovalutare le possibilità, non troppo remote, di una guerra di dimensioni globali in Ucraina sarebbe un errore clamoroso per la Comunità internazionale.
La Cancelliera tedesca Merkel ha, nei giorni scorsi, avuto un colloquio telefonico con il Presidente russo Putin, in cui ha mostrato consapevolezza verso le potenzialità esplosive innescatesi. Nessuna telefonata, nessuna dichiarazione, anche solo preoccupata, è invece arrivata dal presidente della Commissione Europea Barroso a cui, evidentemente, non spaventa l’inabilità politica di una Ue schiacciata dal peso delle scelte tedesche e che rischia di promettere agli ucraini più di quanto non possa effettivamente mantenere. Le vaghe assicurazioni politiche all’Ucraina dell’Unione Europea e le ben più pressanti richieste della Nato, organo militare sovranazionale su cui non si ha alcun controllo democratico, rischiano di frantumare non tanto l’unità di un paese, già di per sé eterogeneo, ma soprattutto di spezzare gli equilibri geo-politici esistenti nell’area con la Russia di Putin.
L’Ue, i cui ministri degli esteri si incontreranno nella giornata di lunedì, ha la possibilità di far pesare la propria esistenza politica per favorire un accordo tra le parti o può rimanere schiacciata da quegli stessi interessi nazionali che il suo progetto si proponeva di superare.

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