Claudio Ranieri

Quando gli amici di Venti d’Autore mi chiesero di scrivere una breve riflessione sulla cittadinanza onoraria appena conferita a Claudio Ranieri dal comune di Catanzaro, sinceramente mi è sorto più di qualche dubbio.

Mi sono chiesto: cosa posso aggiungere di nuovo alle centinaia di interviste, articoli di giornali, servizi televisivi, reportage, inchieste di approfondimento, migliaia di parole che nelle ultime settimane hanno scandito le giornate di mister Ranieri e dei suoi innumerevoli tifosi e sostenitori?

Forse nulla, ho pensato. E non avevo tutti i torti.

Eppure qualcosa, non tanto di diverso ma di “aggiuntivo”, si potrebbe pure riportare nella ridda di commenti a profusione su un tema che in Italia appassiona e divide come e più della politica: il calcio ed i suoi protagonisti.

Non è questo il luogo per riepilogare le statistiche esaltanti di una stagione vincente che ha visto il piccolo Leicester trionfare in uno dei campionati più prestigiosi al mondo, o ricordare il numero di presenze di Claudio con la maglia del glorioso Catanzaro della serie A, il Leicester del Sud, e tutte le informazioni di contorno che chiunque può consultare rapidamente su internet.

In questo pezzo mi piacerebbe soffermarmi sulle motivazioni che hanno spinto Claudio, che per me rappresenta un semplice amico di famiglia più che un icona mediatica, a mantenere saldi nel tempo i legami con una piccola città di provincia del meridione d’Italia: la nostra amata e odiata Catanzaro, appunto.

Nonostante possieda numerose proprietà immobiliari Claudio non ha mai venduto la prima villetta che affaccia sulla costa ionica catanzarese, acquistata con i primi guadagni da calciatore, non rinuncia a fare i bagni a Caminia, addirittura dichiara pubblicamente al Corriere della Sera che “senza Caminia non ci sarebbe estate”(!!!) . Questo lo possiamo affermare noi, che non possiamo permetterci una vacanza all’estero due-tre volte l’anno, ma non te l’aspetti da un milionario che potrebbe cambiare residenza estiva ogni settimana e godersi il mondo senza preoccuparsi di consultare l’estratto conto.

Perchè mai Claudio si ostina a rimanere così legato ad una terra che non è nemmeno la sua, lui nato a Roma e cresciuto nel quartiere popolare di Testaccio?

Una spiegazione in realtà si potrebbe azzardare: ovvero che puoi vantare un presente ricco di soddisfazioni e successi, un futuro brillante o nel migliore dei casi “tranquillo” (e siamo consapevoli del valore che ha oggi la tranquillità!) ma non sei davvero nessuno se non possiedi un passato, un punto di partenza, un legame con le tue radici. La vita si può riassumere come un viaggio a tappe, andata e ritorno, un percorso itinerante, in continuo divenire.

La storia di Claudio è una costante ascesa verso la vittoria, certo non priva di inevitabili alti e bassi.  Andare avanti però non significa ignorare quello che hai costruito alle spalle, a volte il momento migliore della partenza è proprio il ritorno, carico dei ricordi e delle emozioni appena vissute.

E’ questa la forza, il sentimento più intenso che può davvero arricchire la nostra vita. Catanzaro e la Calabria per Claudio Ranieri non sono un semplice dato statistico da inserire nella biografia di uomo sportivo di successo. Sono un frammento di ricordi scolpiti nel tempo. Non vorrei scomodare la parola “amore” fin troppo abusata nei commenti che lo riguardano. Parlerei piuttosto di legame affettivo. Di amici sinceri che non l’hanno mai davvero abbandonato, a fronte di tante comparse capaci solo di cavalcare l’onda per i propri tornaconti personali. La bellezza di Claudio è quella sua spontanea semplicità, che puoi cogliere subito, al primo contatto visivo e umano.

Dopo oltre 40 anni non rinuncia alle normali serate con i suoi ex compagni del Catanzaro, di cui spesso si è parlato e di cui si ricordano a memoria i nomi, quando potrebbe frequentare i cosiddetti “vip” che pure conosce molto bene. Non lo troverai mai ad una festa privata al Billionare o immortalato alla Seychelles in compagnia di qualche super modella patinata, pronto a farsi catturare dalle voraci bramosie dei fotografi d’assalto.

Lui è sempre lì, fedele a sua moglie Rosanna, una catanzarese doc, seduti comodamente a cena nel patio di un piccolo giardino di Costaraba.

L’immagine personale che ho di Claudio non è quella dell’uomo famoso sulla copertina delle riviste sportive di mezzo mondo, che solleva al cielo trofei di livello internazionale o che viene insignito delle più prestigiose onorificenze. Conservo nella memoria il suo spirito ironico e genuino, quello che sprigiona durante le feste di Natale mentre gioca a carte e regala battute in dialetto romanesco, quello che lo fanno andare in giro in Panda, lasciando la Ferrari rinchiusa in garage a macinare polvere.

L’antropologo americano James Clifford scriveva nel suo saggio “I frutti puri impazziscono” che l’identità, in senso etnografico, è “mista, relazionale e inventiva” (…) Qualsiasi perseguimento di una terra promessa, qualsiasi ritorno a sorgenti originarie o recupero di una tradizione genuina implica discutibili atti di purificazione, minate dal bisogno di inscenare autenticità”.

L’autenticità però è una chimera, non esiste. Essa è relazionale, mutevole, cangiante nella forma e infine nella sostanza.

Non esiste una pura identità calabrese in Claudio perchè è un uomo pienamente immerso nella modernità contemporanea ma è capace, nonostante il melting pot culturale, di preservare i valori dell’aggregazione sociale, la condivisione quotidiana di momenti di vita semplice, l’ancoraggio al rituale della comunità unita di una volta, quella minacciata in parte dalle condivisioni di selfie. La calabresità è un elemento in più, acquisito nel mosaico delle sfumature sociali e linguistiche.

Gli amici della Catanzaro di un tempo, la Calabria di quando era un giovane calciatore, meno conosciuto e famoso di oggi.

Non esiste un futuro senza un passato e non esiste un viaggio senza un ritorno alle origini. In qualsiasi parte del mondo siamo, negli obiettivi che riusciamo a raggiungere o nei progetti in cui falliremo, Claudio è stato capace di farmi ricordare l’importanza di custodire e valorizzare sempre le proprie radici. Non abbandonare l’umiltà perchè quella è l’ essenza che ti ha permesso di crescere e migliorare.

Diventare un uomo vero, è questa la vittoria più bella.

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